Partiti e politica dopo la fine della democrazia rappresentativa: la necessità del “partito intelligente”

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La democrazia rappresentativa, nel modo in cui si è storicamente costruita negli ultimi tre secoli, non funziona e non serve più. La società contemporanea non trova più nella rappresentanza dei gruppi sociali, territoriali e d’interesse il proprio principale bisogno. L’esigenza principale è oggi quella del governo della complessità. In questo senso, la capacità di decidere è la principale fuzione politica che le istituzioni democratiche devono assicurare. Decidere, e decidere bene, in modo efficiente e tempestivo, trovando nello sviluppo dei complessi processi politici, economici e sociali una prevalente conferma della correttezza delle decisioni prese, è il requisito essenziale della politica del XXI secolo. Questa necessità esalta, ovviamente, la funzione dell’organo esecutivo – del governo – che acquisisce una necessaria prevalenza sull’organo della rappresentanza – il parlamento; questo deteneva in passato la supremazia politica ed era depositario della principale delega di sovranità del popolo, attraverso il voto, nonché il custode della sovranità dello stato.

Oggi, il ruolo dei parlamenti è insidiato o svuotato da molti concorrenti: il principale è il governo, come pure il complesso delle istituzioni comunitarie europee, ma anche regioni ed enti locali, che reclamano poteri e privilegi, domini riservati nella produzione legislativa e funzioni esecutive esclusive nel loro ambito territoriale. A questi si aggiunge la magistratura, sia nazionale che europea, che approfitta della pulsione degli stati e dell’Unione a normare ogni aspetto dell’esistenza, fin quasi a negare l’esistenza del lecito semplice, per esercitare un ruolo che vincola i governi, subordinando la loro azione a continui pronunciamenti dei tribunali e sostituisce spesso i parlamenti nell’innovazione normativa per via giurisdizionale. Se questa riflessione vale per tutti i paesi occidentali, in Italia c’è un’ulteriore istituzione che ha sottratto ruolo e funzioni politiche cruciali al parlamento: il Presidente della Repubblica. Il processo di svuotamento della centralità politica del parlamento è dunque il frutto sia della concorrenza di altri organi, sia dell’incapacità del parlamento stesso di assumere decisioni, sotto forma di leggi, in tempi e modi compatibili con il governo della complessità.

Ciò accade in Italia, ma accade anche negli Stati Uniti, in Francia, in Germania, nel Regno Unito. I governi sono sempre più insofferenti di fronte ai tempi e alle procedure dei parlamenti, che non consentono di gestire il flusso di comunicazione – leggasi: propaganda – che premier e ministri indirizzano costantemente verso l’opinione pubblica, e che costituisce, al momento, il meglio che essi riescono a fare per gestire la complessità: una comunicazione efficace e una narrazione politica ammaliante sono spesso un buon modo di tenere a bada i cittadini, mentre qualcuno scrive decreti. La notizia dei provvedimenti di governo anticipa sempre, e sempre più spesso sostituisce, i provvedimenti stessi.

Nel parlamento italiano, poi, la disfunzionalità rispetto ai tempi e alle esigenze della società contemporanea da un lato, e della politica-spettacolo dall’altro, ha prodotto il software moltiplicatore di emendamenti a caso di Calderoli e il ricorso agli emendamenti “canguro” da parte della maggioranza, proposti di volta in volta da parlamentari desiderosi di segnalare la propria utilità, sperando in una remunerazione governativa. Ciò che prima era un’eccezione – l’ostruzionismo da parte dell’opposizione, la contrazione del dibattito parlamentare da parte della maggioranza – diviene la regola quando il sistema politico è instabile e il parlamento diviene il luogo in cui si scontrano tutte le contraddizioni e le inefficienze di un assetto istituzionale fuori da ogni equilibrio. Le camere sono da sempre il luogo in cui i partiti trovano la propria dimensione, dove si integrano e si raccordano con il sistema istituzionale. La crisi del parlamento, quindi, si combina e si amplifica con la crisi dei partiti, alimentando, tra le altre cose, un crescente astensionismo, ma anche creando uno pericoloso spazio vuoto – vuoto di funzioni, di voti e di legittimazione – al centro dell’architettura costituzionale dell’Italia, come anche di altri paesi occidentali.

Mentre sono in molti a credere che una riforma delle istituzioni parlamentari risolverà il problema della rivitalizzazione della democrazia rappresentativa, noi crediamo che solo la nascita di un nuovo modello di partito (si potrebbe chiamare un “New Model Party” se vogliamo combinare l’anglofilia con la seduzione per le insidiose analogie storiche, come le chiamerebbe Carr) possa risolvere l’aporia oggi esistente tra aggregazione del consenso dei cittadini e capacità di governo della complessità. Non è ritinteggiando le pareti del palazzo costituzionale che si costruisce un nuovo equilibrio del sistema politico, ma innovando le organizzazioni politiche, cioè i partiti e le persone che abitano il palazzo.

Questa riflessione non è certo nuova, ma l’idea che qui si propone è assai poco comune: i partiti devono abbandonare la funzione di rappresentanza della società, che ormai si rappresenta da sola, e dedicarsi alla selezione e formazione di classe dirigente da offrire al consenso dei cittadini e al governo politico della complessità della società di oggi. Ormai la funzione di rappresentanza nei partiti è divenuta competizione sfrenata tra gruppi d’interesse, non di rado di carattere criminale, che non hanno alcuna intenzione né di organizzare il consenso in un grande progetto politico, né di selezionare governanti competenti e capaci, ma solo compiacenti e utili agli interessi particolari di ciascuna lobby.

Al contrario, un partito che sia in sintonia con le esigenze della gestione della complessità è un “partito intelligente”, nel senso etimologico dell’attributo, cioè un’organizzazione politica che raccoglie, interpreta e comprende le informazioni che nascono dal complesso interagire dei corpi sociali, degli attori economici e finanziari, delle organizzazioni culturali e professionali, cioè di tutte le modalità attraverso le quali la società si auto-rappresenta. Non per questo i futuri “partiti intelligenti” del XXI secolo sono semplici centri studi; piuttosto, utilizzano la conoscenza che ricavano dalle informazioni per selezionare e formare una classe dirigente, conferendole una visione politica specifica – perciò centro, destra e sinistra continueranno ad esistere, ma secondo le modalità del nuovo secolo – fornendole competenze adeguate ad assolvere le funzioni politiche e insegnandole un’etica politica che sia una guida salda nelle scelte di governo. Come si costruisce un “partito intelligente”? Con fatica, cioè senza le scorciatoie del partito carismarico, gli opportunismi del partito piglia-tutto, l’anacronismo dei partiti ideologici del Novecento. Un “partito intelligente” usa la conoscenza come materia prima della politica: produce conoscenza dalla raccolta, dall’elaborazione e dall’analisi delle informazioni, distribuisce conoscenza nella formazione di una classe dirigente nuova e capace, trasforma conoscenza in atti di governo che preservano la stabilità delle società complesse – che sono assai più fragili di quelle semplici – e promuovono lo sviluppo di nuovi equilibri politici, economici, sociali e culturali dove questi siano stati compromessi o siano insufficienti. In questo senso, i futuri “partiti intelligenti” si potranno meglio articolare tra la funzione di conservazione degli equilibri funzionali alla stabilità delle società complesse (partiti conservatori, di destra) e la sperimentazione di nuovi assetti e nuovi equilibri (partiti riformatori, di sinistra).

Questa tensione benefica tra conservazione e innovazione toglierà spazio ai partiti populisti, guidati da tribuni e demagoghi il cui tratto riconoscibile è quello di proporre soluzioni sempre troppo semplici per i problemi che dicono di voler risolvere. Solo chi abbia una concezione profondamente denigratoria dei cittadini e della società può credere che un’offerta politica competente, seria ed adeguata alla complessità delle sfide debba sempre soccombere di fronte a una proposta demagogica, manipolativa e mistificatoria. Il naturale corollario della nascita, quando avverrà, dei “partiti intelligenti” sarà la rinuncia all’idea che i cittadini sappiano fare politica senza un’adeguata preparazione, come atto spontaneo ed effimero di temporanea mobilitazione, che trova in se stesso il proprio senso e il proprio scopo. La società civile che trasferisce senza mediazione le professionalità del mondo dell’economia e delle professioni alla politica ha prodotto un sistema fuori dall’equilibrio, che non sa più condurre la nazione attraverso le acque insidiose della crisi finanziaria, economica e sociale. Non possiamo più permetterci di baloccarci con le suggestioni e le illusioni di dilettanti e brancaleoni. È tempo che l’intelligenza, la competenza e il buon senso politico s’incarichino di guidare le scelte dell’Italia.

Daniele Zotti

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