Il motore dell’instabilità nel sistema politico italiano

Le elezioni amministrative ci hanno dato alcune preoccupanti conferme sullo stato di salute del sistema politico italiano: è pessimo e in rapido peggioramento. I fattori di instabilità che già si erano segnalati nelle elezioni politiche del 2013 e nelle regionali del 2014 si rafforzano e aumentano d’intensità. Tutti i commentatori hanno segnalato la caratteristica tripolare (PD e sinistra, Movimento 5 Stelle e destra frazionata) che il sistema politico italiano sembra avere assunto. Nessuno sembra comprendere che un sistema tripolare con forte concorrenza tra i poli e spiccate caratteristiche anti-sistema di due di questi poli (grillini e destra populista) non è stabile. A ciò si aggiunge una crescente e comprensibile crescita dell’astensionismo e della sfiducia nelle istituzioni democratiche. Inoltre, nessuno presta attenzione al fatto che in Italia si è messo in funzione un “motore di instabilità sistemica” che, in combinazione con la crisi economica e sociale e con la prossima crisi finanziaria, può determinare esiti catastrofici. Vediamo come funzione questo motore.
Il suo combustibile è l’incertezza, che in Italia è una risorsa ormai sovrabbondante. Poiché questo è un “motore politico”, riesce a violare le leggi della fisica, e quindi a produrre il proprio combustibile e in quantità maggiore di quanta ne consumi. L’incertezza di cui si parla qui non è solo la condizione personale della massima parte della popolazione, ma è una caratteristica del sistema stesso: è incertezza politica, che alimenta il percorso erratico dei partiti – o di quelli che si spacciano per partiti – così come degli elettori, che reagiscono all’incertezza prodotta dai partiti e dalle istituzioni dello stato con una grande volatilità del proprio comportamento elettorale. Si può quasi dire che ad ogni elezione ciascun partito “parta da zero”, perché non è sicuro di chi lo voterà e in che misura. Un fenomeno che i sondaggisti hanno imparato a conoscere e a temere. L’incertezza politica dei partiti produce leggi mal concepite, peggio scritte e pessimamente applicate, contribuendo all’incertezza giuridica e legale, che si manifesta in pronunciamenti delle corti che contrastano sempre più col sentire comune e incrementano la distanza tra ciò che i cittadini considerano giustizia e ciò che il sistema giudiziario scrive nelle sentenze. I recenti scandali delle banche toscane e venete, che saranno seguiti da dozzine di altri, avanzano dubbi sull’affidabilità del sistema finanziario e degli organi di vigilanza, dalla Banca d’Italia alla Consob. La profonda crisi del sistema dell’istruzione e delle università contribuisce a indebolire la fiducia nella serietà e significatività della formazione che viene offerta alle nuove generazioni. Il livello balcanico della corruzione e l’aperta impunità di cui i corrotti beneficiano aumenta la sfiducia e l’incertezza morale, avvilendo le qualità migliori della cittadinanza e smentendo qualsiasi legittimità dell’attuale classe dirigente nell’esercitare il proprio ruolo di guida. Le diverse declinazioni dell’incertezza contribuiscono ad alimentare questo perverso meccanismo. Quali sono gli ingranaggi che il combustibile dell’incertezza mette in moto?
Innanzitutto l’incapacità politica dei partiti, che non sono in grado di governare e così riducono la competizione politica a competizione elettorale, anziché competizione sulla qualità delle politiche di governo e della produzione legislativa. Privi di idee sul futuro e afflitti dagli interessi sul presente, i partiti italiani sono intellettualmente disarmati di fronte alle grandi sfide del XXI secolo. Composti per la maggior parte da personaggi che hanno svolto percorsi di studio incompleti e quasi sempre approssimativi e inconsistenti, i partiti raccolgono ormai coloro che a scuola occupavano gli ultimi banchi, se non erano a fumare in bagno. Certo, alcuni di costoro possono essere stati geni incompresi dal sistema scolastico, ma non certo la totalità degli “ultimi della classe” che oggi forniscono la gran parte del personale politico italiano. Il livello culturale medio di questa gente è insufficiente e le loro capacità intellettuali inadeguate a comprendere i problemi che dovrebbero risolvere: siamo governati da idioti e ignoranti. Dirlo non è arroganza saccente da primo della classe; è la constatazione di un fatto: l’inversione dei meccanismi di selezione è ormai il principio ordinatore del sistema dei partiti.
Il secondo ingranaggio del motore dell’instabilità politica è strettamente collegato al primo, ed è l’approssimazione delle strategie e l’indeterminatezza dei progetti politici: gli attuali partiti vogliono essere votati e arrivare al governo, ma per fare cosa, ammesso che sappiano farla? Non ci sono idee complessive sul futuro della società, non c’è comprensione della complessità, non c’è capacità di osservazione obiettiva della realtà, né abilità di elaborazione strategica. A coloro che considerano tutto ciò un’astratta suggestione intellettuale, cui si contrappone il senso pratico di chi la sa lunga e usa la politica per arricchirsi e occupare posti ben remunerati, ricordo le parole assai amare di alcuni dirigenti di Forza Italia di fronte al disfacimento del loro partito e alla fine ingloriosa di vent’anni di storia italiana, o quelle dei più consapevoli e avveduti dirigenti della DC o del PSI dinanzi alla medesima sorte toccata a partiti con una storia assai più importante di quella del partito di Berlusconi. La politica è visione e strategia, comprensione e conoscenza, capacità di ottenere il consenso e di usare il potere. Le meschine rendite di posizione e le piccole transazioni d’interessi sono solo un aspetto marginale e minore del potere, che è importante solo per i piccoli esecutori della politica, per coloro che si fanno strumento di altri e di un progetto politico che non possono comprendere. Sono i cani cui si gettano di tanto in tanto gli ossi sotto il tavolo. Servono, perché non sanno. Gli attuali partiti sono pieni di avidi esecutori, di bassa manovalanza politicamente analfabeta che s’industria ad arraffare quel che può, consapevole che l’opportunità di ricoprire incarichi di cui non si è degni non è destinata a durare a lungo, ma quegli stessi partiti sono terribilmente a corto di cervelli capaci di immaginare il futuro e di costruirlo.
Tutto ciò si riflette nel terzo ingranaggio, la fragilità organizzativa dei partiti, che si è ormai fatta metastasi nelle istituzioni dello stato. Il partito più strutturato, il PD, è solo una lasca coalizione di fazioni e di gruppi d’interesse, non di rado criminali, che si combattono o si coalizzano per saccheggiare denaro pubblico. Tutti gli altri partiti sono molto meno di ciò e guardano al PD come a un modello da emulare. Il Movimento 5 Stelle è una costruzione organizzativamente quasi evanescente, che ha molte più probabilità di soccombere alle propri contese interne che di “strutturarsi” fino a diventare una sorta di PD. Ma la capacità di elaborazione politica dei grillini è così inconsistente da rendere ragione del fatto che, a sette anni dalla nascita, il movimento non sia ancora in grado di selezionare i candidati e la classe dirigente secondo un qualche criterio stabile che non sia la ridicola votazione online o le opache scelte della Casaleggio&Associati. La fragilità organizzativa dei partiti garantisce la pessima selezione del personale politico, l’inconsistenza progettuale, la straordinaria propensione alla corruzione e la facilità d’infiltrazione – parola inadeguata, che lascerebbe falsamente intendere l’esistenza di una qualche seria barriera all’ingresso – del crimine organizzato.
La fragilità organizzativa fa muovere il quarto ingranaggio: la precarietà della leadership. I leader dei partiti hanno vita sempre più breve e chi perde Palazzo Chigi, oggi, non sembra quasi avere alcuna possibilità di tornarvi tra due o cinque anni, come accadeva nella DC. Cadere è perire, politicamente parlando. La precarietà della leadership si legge nell’assenza di seconde chance per i leader “caduti”. I meccanismi di funzionamento interno dei partiti sono così instabili e logorati da rendere inapplicabile perfino la dialettica dissimulata ma feroce delle correnti democristiane o la liturgia ipocrita del PCI. Le correnti dei partiti sono troppo deboli e insicure della propria capacità di sopravvivenza per garantire la sopravvivenza politica a un dirigente che viene rimosso o a un premier che perde la fiducia in parlamento. Anche lo spostamento di dirigenti che non sono stati rieletti verso incarichi locali o di nomina politica non significa che questi abbiano ancora un ruolo politico di un qualche rilievo, bensì il contrario. La sorte di Fassino, D’Alema, Bersani, Veltroni, Prodi, Bossi, Fini, Maroni va al di là della rottamazione come deliberato atto di selezione della classe dirigente, è piuttosto il frutto dell’incapacità dei partiti di concepire la leadership in modo moderno e bilanciato. Il leader di un partito politico italiano vive in una dimensione di coordinate estreme, perché gode di un potere quasi assoluto all’interno del partito e di una visibilità quasi totale all’esterno, che tende ad escludere ogni altro dirigente di “pari grado”; a ciò, però, si contrappone, come un contrappasso, il fatto che, se il leader cade, avrà solo l’irrilevanza più completa e l’oblio mediatico come prospettiva personale e politica. Aut Caesar, aut nullus. Ciò esaspera la competizione e la trasforma in un’ordalia che destabilizza partiti già fragili, e li fa regredire ad un’organizzazione basata su clan, con una lotta intestina debilitante e dagli spiccati connotati pre-moderni. In una simile, incessante lotta fratricida, resta comprensibilmente ben poco tempo per occuparsi di ben governare il paese. Un leader così potente e fragile allo stesso tempo non può permettersi di coltivare dubbi e di esplorare possibilità complesse: deve mostrare di sapere cosa sta facendo e dove sta conducendo i suoi, particolarmente quando non ne ha la minima idea.
Di qui nasce il quinto ingranaggio del motore dell’instabilità politica: la presunzione della rappresentanza. Poiché i partiti sanno poco o nulla, composti come sono di servi sciocchi e di analfabeti politici, possono solo immaginare quali italiani li votino e perché. Ormai sono ridotti a farselo spiegare da sociologi, politologi e sondaggisti. Nessun partito politico ha più un proprio, vero centro studi. Resta dunque solo la possibilità di immaginare le caratteristiche del proprio elettorato. Ma anche l’immaginazione risulta una risorsa rara, quindi viene sostituita dalla presunzione. Ogni partito sceglie, spesso inavvertitamente, talvolta per consolidata abitudine, di immaginarsi un suo elettore-tipo, che nella maggior parte dei casi ha pochi riscontri con la realtà. Si tratta di un consumatore-spettatore (l’elettore moderato berlusconiano), di una figura della mitologia sociologica sessantottina (il proletariato operaio della sinistra), di un’ipotesi narrativa (l’elettore “non-gufo” e “cambia-verso” renziano), di un utente connesso e paranoico (l’elettore grillino), di un discendente di un’antica stirpe ormai spenta (l’elettore ex-missino o “padano”), di un rispettabile e meditabondo borghese agiato (l’elettore moderato liberale) o di un misurato credente con rilevanti interessi terreni (l’elettore moderato cattolico). Ogni partito ha in mente una figura idealtipica del proprio elettore, e teorizza quel poco di azione politica di cui è capace in rapporto a questa inesistente astrazione, come gli economisti costruiscono modelli di consumo su ipotesi di consumatori razionali che nessuno ha mai visto aggirarsi in un supermercato. Queso meccansimo è pericoloso, perché solleva i partiti dal bisogno di conoscere i propri elettori per quel che sono e per quel che vogliono e non per come i partiti stessi se li rappresentano. Questa presunzione continua ad alimentare il sogno ingenuo del partito cattolico e di quello liberale, che postulano l’esistenza dei propri rispettivi elettorati per ricavarne come conseguenza la loro propria necessità di esistere. Un partito che non conosce la società che vuole governare e ne dà una rappresentazione falsata è destinato a produrre disastri o a morire in fretta. La conoscenza, la faticosa acquisizione ed elaborazione di informazioni, è oggi la vera funzione dei partiti, ciò che li rende capaci di governare la complessità delle società occidentali. Rinunciare a questa conoscenza e al suo impiego politico significa rinunciare all’unica funzione legittima e politicamente sensata che un partito può rivendicare, per perdersi invece nella vana ricerca di un effimero consenso che, quand’anche ottenuto, non si sa usare, se non per arraffare un po’ di denaro pubblico.
La mancanza di questa conoscenza, che la presunzione di rappresentanza implica e produce, attiva l’ultimo ingranaggio del motore dell’instabilità: la rimozione delle domande e dei problemi, che comporta la rinuncia alla loro soluzione. I partiti italiani hanno smesso di cercare di capire cosa sta succedendo nel paese, perché hanno paura di ciò che potrebbero scoprire. Hanno paura che, se cogliessero la gravità della crisi in atto, sarebbero costretti ad ammettere la propria incapacità di affrontarla. Tutto si risolve in dichiarazioni di propaganda, senza alcuna discussione seria. Messi di fronte ai propri errori di valutazione o di attuazione delle scelte di governo, tutti gli attuali dirigenti politici usano la medesima espressione: “Nessuno ha la bacchetta magica”. Come se l’immagine archetipica del politico competente non fosse quella di Richelieu, Cavour o Bismarck, ma quella di Mago Merlino. Questa espressione rivela tutta la profondità dell’abisso di ignoranza e superficialità di chi ha governato l’Italia in questo quarto di secolo. Per costoro una politica efficace e coronata da successo non è il frutto di conoscenza, capacità di pianificazione e di esecuzione, padronanza dei meccanismi di funzionamento dello stato, competenza politica, giuridica, economica, senso della storia e della propria responsabilità verso la nazione. No, è magia, è l’esito inspiegabile di qualche arcano incantesimo, il risultato stupefacente di qualche formula bisbigliata in latino “alla Harry Potter”. Expelliarmus! Davvero vorremmo noi possedere un incantesimo di difesa che disarmi la stupidità e l’ignoranza.
Questi sono dunque gli ingranaggi che mettono in movimento il motore dell’instabilità politica italiana, che è ormai divenuta instabilità del sistema istituzionale nella sua interezza. Per fermare questo infernale meccanismo è necessario costruire partiti nuovi, che riformino politica e istituzioni e li ridefiniscano sulle coordinate del XXI secolo. Ma questa è materia per un altro articolo.

Daniele Zotti

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