L’Europa s’imbatte nella realtà e nella storia

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È piuttosto divertente vedere con quanto ritardo e con quanta confusione le cancellerie europee, a partire dalla Cancelleria per antonomasia, quella tedesca, stiano reagendo alle prime iniziative di Trump in politica estera. Altrettanto divertenti sono i cosiddetti “grandi giornali” e le “prestigiose riviste” che urlano e strepitano contro il nuovo presidente americano.

Vediamo qual è, invece, la realtà.

La politica estera americana sarebbe cambiata anche se avesse vinto Hillary Clinton, semplicemente perché l’esperienza dell’amministrazione Obama è sostanzialmente fallimentare sia in Medio Oriente (Israele, Siria e Iraq), che in Nord Africa (Libia, ma anche Egitto), come in Europa orientale (Ucraina) e nel Sud-Est asiatico, con l’espansione dell’area controllata dalla Cina attraverso la costruzione di basi militari sulle isole artificiali create nel Mar Cinese Meridionale. L’unico successo è l’accordo con l’Iran, ma questo è ancora in una fase acerba, e molto del suo valore dipende da come e quanto verrà effettivamente attuato. Dunque, anche Hillary Clinton avrebbe dovuto modificare la politica americana in questi teatri, come anche in Europa. Il fatto che i paesi europei e la Commissione Europea degli euroburocrati filo-germanici avrebbero gradito maggiormente le scelte della Clinton, come molti fanno chiaramente intendere, può solo aggiungere diffidenza da parte della nuova amministrazione Trump, che sta ormai dividendo i propri interlocutori,sia in patria che fuori, secondo un principio molto schmittiano di “amicus/hostis.

La prima considerazione da tenere a mente è questa: a Trump, e a molti volti emergenti del nuovo partito Repubblicano, la politica estera interessa poco, e la politica europea per niente. È difficile dare loro torto, perché la costruzione europea era in crisi molto tempo prima di Trump e dei “populismi” europei, ed è stata mandata in crisi proprio dalla Germania.

Berlino non ha saputo esercitare un ruolo di leadership europea a partire dal 2000 proprio come non ha saputo esercitarlo dopo il 1890 – cioè dalle dimissioni di Bismarck – e lo ha dimostrato nel modo in cui ha contribuito a precipitare la situazione diplomatico-militare nata dalla crisi del luglio 1914. Allo stesso modo, la Germania hitleriana non ha saputo sfruttare la posizione di egemonia acquisita, con non pochi azzardi politici, diplomatici e militari, dal Patto di Monaco del 1938 e, dopo la sconfitta della Francia nel giugno 1940, fino alla conquista dei Balcani a fine maggio del 1941, quando aveva il controllo diretto o indiretto dell’intero continente, Isole Britanniche escluse.

È questo limite culturale delle classi politiche tedesche che ha contribuito maggiormente alla distruzione di quanto la Prussia aveva costruito almeno dal XVIII secolo e che Bismarck aveva portato a compimento – ispirandosi esplicitamente all’astuta politica di Cavour – con le tre guerre contro la Danimarca, l’Austria e la Francia, tra il 1864 e il 1871. Angela Merkel, oggi l’ultimo paladino rimasto del vecchio mondo europeo generato dalla fine della Guerra Fredda, è comunque destinata alla sconfitta, anche, e forse soprattutto, se dovesse vincere di nuovo le elezioni politiche. Se dovesse perdere, infatti, la Germania dovrebbe per forza guardare al futuro con occhi nuovi, e questo sarebbe in se stesso un fatto politico positivo. Se invece dovesse vincere, cercherebbe di mantenere in vita almeno una parte del sistema politico che l’ha creata, e che è ormai moribondo: in questo caso, la sua funzione sarebbe quella di trattenere la Germania nel secolo scorso e all’interno di un orizzonte politico ormai illusorio, esponendo i tedeschi e gli altri europei ai rischi determinati da una politica anacronistica, che si aggiungerebbero a queli generati da una transizione inevitabile verso il XXI secolo.

Gli altri maggiori paesi europei – Francia, Regno unito, Italia e Spagna – arrivano a questa cesura storica completamente privi di classi dirigenti adeguate a questo passaggio di fase.

La seconda considerazione: l’Europa che si incontrerà a Roma il prossimo 25 marzo per celebrare i sessant’anni del Trattato di Roma dovrà anche prendere atto del proprio fallimento, anche se fingerà di celebrare un trionfo. La crisi europea non è tanto la crisi delle istituzioni comunitarie e della fiducia che in esse ripongono i cittadini delle nazioni europee, ma la crisi di identità di queste nazioni. L’illusione perniciosa che l’Unione Europea fosse uno stato, o un proto-stato federale, anziché poco più di una semplice unione doganale e, in parte, monetaria, ha fatto sì che si ignorasse la degradazione politica e sociale delle nazioni che dell’Europa sono il fondamento, credendo che la loro diminuzione si sarebbe tradotta nell’esaltazione dell’Unione. Le classi dirigenti nazionali hanno rinunciato alla responsabilità verso i propri popoli e hanno smesso di reclutare personale politico intelligente e capace. Quando non si è più costretti a risolvere i problemi e a pagarne il prezzo in caso di errore, perché tutto fa capo alla Commissione e alle sue articolazioni, allora si può credere di riempire parlamenti e governi di figli, nipoti e parenti assortiti, utili idioti e decorative ragazzotte, senza conseguenze.

La favola ingannevole del trasferimento di sovranità ha contribuito, insieme alla spettacolarizzazione della politica e al leaderismo senza contenuti, senza capacità e senza pensiero, a creare una folta classe politica sostanzialmente parassitaria e priva di riflessione sul presente e sul futuro, pronta solo a ripetere slogan dozzinali per un catatonico pubblico televisivo di ottuagenari o per un distratto pubblico giovanile disabituato da un quarto di secolo a pensare in termini politici. Una simile combinazione di fattori può solo produrre uno spettacolare disastro.

Adesso gli europei devono tornare a fare politica sul serio. La interminabile ricreazione degli anni compresi tra il 1992 e il 2016 è finita. La campanella era già suonata con la crisi finanziaria del 2008-9, poi divenuta crisi economica, quindi sociale, e adesso politica. Lo si era detto, lo si era scritto, nessuno ha ascoltato. Ci si è arrogantemente illusi che le sciocchezze politiche sesquipedali che da Blair hanno condotto a Cameron, che da Chirac hanno portato a Hollande, che da Zapatero hanno raggiunto Rajoy, che da Berlusconi sono arrivate a Renzi, che da Schroeder hanno prodotto Merkel potessero davvero essere il paradigma del nuovo millennio liberal-social-democristiano, post-ideologico, governato dalle banche d’affari e dai padroni delle miracolose aziende della Silicon Valley, incentrato su tanti affari e pochissima politica, molto marketing da guru mediatici e poca produzione di pensiero nuovo, e soprattutto tante interviste televisive senza il fastidio di dover costruire un discorso sincero e coerente. Il fatto di non dover superare il vaglio di una stampa guardinga ha aiutato molto la decadenza politica europea: giornali e riviste, quasi tutti di sinistra, hanno proclamato la propria autorevolezza senza mai doverla dimostrare nei fatti, con le inchieste e con l’indipendenza dal potere politico, economico e finanziario. Adesso si scandalizzano di non avere più seguito, né di lettori, né di influenza e, presto, neanche di pubblicità. Sta finalmente arrivando il redde rationem per l’Europa superficiale e presuntuosa che ha celebrato se stessa per venticinque anni. La realtà ha fatto irruzione nel labirinto di specchi in cui la politica europea ha declamato per tanto tempo la ridicola narrazione di se stessa e del proprio inevitabile trionfo. Finalmente la storia ha sepolto Francis Fukuyama e le sue gargantuesche stupidaggini. Vogliamo però che i lettori abbiano il conforto di alcune parole di speranza e di ottimismo. Il XXI secolo è qui. Trovate il XXI secolo prima che il XXI secolo trovi voi.

Daniele Zotti

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