La scomparsa della serietà dal discorso politico

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Dalla fine della Guerra Fredda, cioè dalla fine del XX secolo, le classi dirigenti dell’occidente democratico hanno abbandonato molti valori del passato, che, malauguratamente, sono con una certa probabilità anche valori del futuro. Uno di questi è la serietà in politica. Questa è sempre stata più una questione di apparenza che di sostanza, ma l’apparenza ha pure la sua importanza. I leader politici s’impegnano oggi a fare le dichiarazioni più assurde e irragionevoli, e a smentirle subito dopo averle fatte, negando anche l’evidenza videoregistrata con una semplice alzata di spalle. Sanno bene che nel turbinoso ritmo dell’infotainment ogni affermazione esiste per pochi istanti, e la sua memoria non è un esercizio praticato. La coerenza era, in passato, uno dei tratti definitori della serietà politica, anche se è sempre stato un comportamento più proclamato che osservato. Un altro aspetto della serietà politica era la capacità di argomentare una posizione e di giustificare una scelta; oggi si ribadisce una posizione, soprattutto se la si è appena cambiata, e la si argomenta semplicemente ripetendola fino allo sfinimento altrui. Un tratto ulteriore della serietà era la proprietà di linguaggio e di comportamento: inutile dilungarci, sappiamo tutti che il turpiloquio è ormai considerato l’attributo di genuinità del discorso politico; quando la maggior virtù di un politico è quella di essere “uno di voi”, uno uguale a tutti gli altri, non migliore di alcuno e peggiore della maggior parte, è ovvio che un linguaggio volgare è il più appropriato accompagnamento per svilire la carica che si ricopre in modo da rendere meno evidente l’inadeguatezza di chi la ricopre.

Non stiamo qui invocando il ritorno di governanti in grisaglia che nascondono dietro un serioso grigiore e una comunicazione paludata la loro mediocrità tutt’altro che aurea. Ma non riusciamo a trovare un valore aggiunto in classi dirigenti che si sono ormai trasformate in comitive di venditori politici di conio assai misero, e non di rado falso. Funamboli delle idee improbabili, cantastorie della comunicazione politica, prestigiatori delle finanze pubbliche, pagliacci socialmediatici, lanciatori di invettive a mezzo stampa, acrobati del riposizionamento partitico: un circo non più itinerante che si è stabilmente insediato nei palazzi delle istituzioni democratiche, in Italia come nel resto d’Europa e negli Stati Uniti, e che rischia di portare tutto l’occidente in una spirale di incompetenza e cialtroneria che non è proprio ciò di cui si senta il più urgente bisogno.

Il meccanismo è perverso, e ormai il circolo è viziosamente accelerato: i media devono vendere pubblicità, quindi l’informazione, anche quella politica, serve a riempire gli spazi e i tempi vuoti tra una pubblicità e l’altra. Giornali, website, telegiornali, radiogiornali e talk-show politici sono in sostanza cataloghi di prodotti e servizi in promozione, ed è inevitabile che anche la politica sia presentata con gli stessi linguaggi e le stesse modalità degli altri beni reclamizzati. Poiché la pubblicità vende idee attraverso prodotti, anche la politica deve essere venduta attraverso un prodotto di facile caratterizzazione, comunicazione e comprensione: il personaggio politico-mediatico.

Il principale problema della vendita di personaggi politici attraverso il sistema dell’informazione è che questi dovrebbero parlare di questioni poco interessanti, addirittura noiose, che fanno sbadigliare il pubblico dei consumatori e, solo incidentalmente, cittadini elettori. Per superare questa difficoltà e alleggerire il messaggio politico-pubblicitario è necessario presentare al pubblico personaggi leggeri, brillanti se possibile, oppure divertenti, aggressivi, irriverenti, ovvero ridicoli e involontariamente comici e caricaturali, comunque eccessivi e attraenti, anche solo fisicamente. Tutti noi abbiamo associato almeno un nome a ciascuno di questi aggettivi.

Una strategia di alleggerimento complementare è quella di far parlare costoro di tutto, tranne che di questione politiche serie. Il fatto che la maggior parte di questi personaggi sia universalmente incompetente aiuta molto a conseguire lo scopo. Il risultato è quella particolare umanità che affolla i talk-show e il modo pittoresco in cui viene fatta esibire dai conduttori. Il fatto che uno dei maggiori partiti italiani sia fondato e diretto da un comico televisivo fornisce una conferma sostanziosa alla tesi che stiamo illustrando.

Se esistessero ancora i partiti, questa necessità di rendersi disponibili alle esigenze comunicative e pubblicitarie del mondo dell’informazione potrebbe essere gestita mettendo insieme personaggi visibili e attraenti (gli specchietti per le allodole) e una classe dirigente politicamente preparata (i veri governanti). In assenza dei partiti, però, non c’è selezione del ceto politico, e dunque i personaggi televisibili diventano inavvertitamente la vera classe dirigente. È come mettere un bell’attore, che impersona bene agli occhi del pubblico la figura romantica del pilota, alla guida di un vero aereo, senza che abbia mai imparato a pilotare. C’è solo da indovinare se si schianterà al decollo o all’atterraggio.

La caratteristica che accomuna, raccorda e unifica tutti questi personaggi politico-televisivi è la mancanza di serietà politica e del senso di responsabilità per ciò che dicono. Non parliamo della gravitas latina, per carità, né della serietà mesta e inappagata dei comunisti e dei democristiani degli anni Cinquanta. Intendiamo la serietà di chi parla di ciò che sa, dicendo cose sensate, ancorché opinabili, e aspettandosi di dirle a una platea di persone adulte e ragionevoli. Questi spazi di comunicazione, in realtà, continuano ad esistere – voi malcapitati state leggendo all’interno di uno di questi – ma sono nicchie marginali, luoghi di comunicazione elitaria di scarsa o nessuna rilevanza: più che altro sono la testimonianza di una possibilità disattesa o di un’alternativa mancata. Il grosso del pubblico, pur ormai ripartito in gruppi, segmenti e tribù, suddivisi per gusti, età, residenza, cultura, reddito etc., è comunque, nella sua generalità, sempre più abituato a messaggi di grana grossa, molto uniformi, estremamente semplificati e superficiali, più evocativi, emotivi e metaforici che non analitici e argomentati, e sempre più veicolati per profili di consumo uniformi e globali attraverso il sistema di pubblicità per l’individualismo di massa che sono i social media. Se a questo si aggiunge la tendenza della comunicazione di marketing ad usare l’iperbole come misura di tutte le cose (se questa vi sembra una parafrasi dell’ἄνθρωπος μέτρον di Protagora, allora appartenete ad un’elite che merita di essere ignorata), l’esito è, nel contempo, ridicolo e opprimente: tutto è sempre super-ultra-giga-iper-mega-extra eccezionale e incredibile, soprattutto quando è un evento minimo o una condizione ordinaria della vita quotidiana di ogni comune consumatore. È il principio di Spiderman: l’uomo comune che riceve per caso dei super-poteri e, con essi, un ruolo da super-eroe (già questa un’iperbole ormai di uso comune), è la metafora di questo complesso di onnipotenza degli impotenti, che postula l’eccezionalità dove non c’è ragione che essa esista, e garantisce l’assenza di qualsiasi fatica per acquisire una tale sovrumana condizione. L’esistenza umana, che prima era rappresentata e insegnata come lotta e percorso di formazione in cui l’uomo prevale sugli ostacoli che lo limitano attraverso il coraggio, il lavoro e il sacrificio, diviene una lotteria umana che assicura a tutti il diritto a un colpo di fortuna, purché si acquistino abbastanza biglietti, si aspetti con pazienza e si seguano tutte le estrazioni.

La distorsione percettiva che, a lungo andare, tutto ciò produce, unita alla costante stimolazione del pubblico di consumatori, bombardati ovunque e senza sosta da messaggi pubblicitari di ogni genere, crea una combinazione molto instabile e pericolosa, quando coinvolge la politica: estrema semplificazione del messaggio politico, necessità dell’iperbole come cifra comunicativa, rifiuto delle tradizioni culturali, uso strumentale e manipolativo dell’individualismo di massa e della vanità velleitaria che in esso si annida. Il risultato sono i candidati alle massime cariche politiche, ad esempio negli Stati Uniti, che si rivelano unanimemente inadatti al ruolo: il sistema dei media si coalizza per ostracizzarli, ma in questo modo li esalta agli occhi di un pubblico di consumatori frustrati e desiderosi di rivalsa, che adesso quegli stessi media vorrebbero ritrasformare nuovamente in una comunità di cittadini assennati e responsabili, sensibili ad un messaggio politico di moderazione, ragionevolezza e buon senso. È il contrappasso che si deve pagare all’assoggettamento della politica al marketing pubblicitario attraverso la distruzione dei partiti – in questo caso il GOP – come luoghi di selezione del ceto politico. A quanto pare, si raccoglie ciò che si è seminato.

Daniele Zotti

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