La piazza leghista di Firenze, vista da vicino

Siamo stati alla manifestazione del Comitato del No dei partiti del centro-destra che si è svolta a Firenze, a piazza Santa Croce, sabato 12 novembre. E ci siamo trovati in una piazza della Lega Nord. Questo è il primo aspetto interessante e problematico. Mentre il Movimento Cinque Stelle e il comitato per il No della sinistra elitaria e benpensante si sono dati una riconoscibilità in questa campagna referendaria, il (centro)-destra è solo la somma, o piuttosto la differenza, dei partiti che lo compongono. È un errore, ma è uno dei tanti che hanno devastato quest’area politica, e una maceria in più non si noterà.

Innanzitutto, i numeri. Salvini si è spinto a proclamare 50.000 partecipanti. È falso, di più, è inverosimile. L’unica cosa che Salvini ha imparato da Trump è che le menzogne non devono neppure più preoccuparsi di essere verosimili. La questura ne ha dichiarati diecimila, numero esagerato pure questo. Metà della piazza era quasi vuota, e si poteva percorrerla tutta, sia al centro che sui lati, fino a una trentina di metri dal palco. La selva di bandiere, come si sa, serve a mascherare i numeri e a dare l’impressione di un’affluenza maggiore. Una nostra stima fissa a circa settemila i partecipanti, forse ottomila nel momento di maggiore afflusso. Comunque, un certo successo, visto che il raduno si svolgeva nella città del nemico. La massima parte era composta di truppe leghiste calate dal nord, soprattutto veneti, e piemontesi e lombardi di rincalzo. Pochissimi i toscani. Salvini non si è fidato dei leghisti toscani per riempire la piazza, e ha fatto bene. Una certa quota, tra sei e ottocento persone, appartenevano alla destra ex-Msi/ex-AN, suddivisa in varie sigle: Fratelli d’Italia, Azione Nazionale e diversi altri. Quesi erano schierati dietro imponenti striscioni, tendenzialmente marziali e molto sobri. Lo stesso non può dirsi dei leghisti, soprattutto dei veneti, visibilmente avvinazzati, dato che avevano saccheggiato le scorte di birra, vino e grappa dei bar che si affacciano sulla piazza, e presumibilmente anche di tutti quelli incontrati sul percorso. Li si può capire, vista tutta la strada che hanno dovuto fare per sentire il solito comizio di Salvini, e per aiutarlo a legittimarsi come leader del (centro)-destra contro l’ottuagenario Berlusconi e il suo ultimo sostituto funzionale, Stefano Parisi. L’età media dei manifestanti è alta, ben oltre i cinquanta. I giovani sono figli e nipoti, reclutati per legame famigliare. Questo non è vero per i giovani delle sigle di destra, che fanno parte dei movimenti in cui si è frantumato il vecchio mondo giovanile missino.

Secondo punto importante: il consenso e gli applausi. Pochi per il prof. Becchi, che ha lasciato i Cinque Stelle e si è gettato su Salvini, e che ha aperto – male – la serie di interventi dei sindaci leghisti. Salvini esalta molto il ruolo di questi amministratori locali, soprattutto perché la Lega è diventata sempre più un semplice partito locale, una grossa lista civica del nord, proprio nel momento in cui si vorrebbe fare partito nazionale. Per conseguire lo scopo, ha abbandonato le parole d’ordine del passato, quelle dell’autonomismo regionale e della secessione del nord. C’è adesso l’esaltazione del sindaco come figura politica di prossimità al cittadino, una retorica che ricorda, in modo iper-semplificato, le suggestioni di Cacciari e della sinistra “amministratrice”, ma anche di Renzi. I sindaci della Lega, però, sono figure politiche e intellettuali di un’inadeguatezza sconfortante: i loro discorsi sono elementari, spesso meno che tali, costruiti intorno a due o tre slogan, e sono il prodotto evidente di chi non ha gli strumenti per elaborare una riflessione politica. Il migliore è Bitonci, sindaco di Padova dimissionato dai consiglieri di Forza Italia che hanno abbandonato la maggioranza e si sono dimessi in blocco con quelli dell’opposizione. Si chiede in cosa abbia sbagliato, e dopo una serie di risposte retoriche (ha sbagliato nell’aver ridotto le imposte, nell’aver dato le case popolari ai padovani e non agli immigrati, nell’aver chiuso il campo rom abusivo?), conclude di aver sbagliato alleati, con riferimento ai berlusconiani. È, questa, una delle pochissime parti della manifestazione che sia stata visibilmente preparata con Salvini, per fornire la base d’appoggio che il capo poi utilizza per proporsi come leader del (centro)-destra. Quest’ultima notazione ci premette di affronatre un aspetto che ci colpisce sempre molto: in queste manifestazioni non c’è una regia, non c’è qualcuno che programma davvero la successione degli eventi, c’è al massimo chi compila la scaletta degli interventi. All’inizio del comizio c’è l’unico altro “staged event”: l’ingresso, chiassoso e ispirato ai comportamenti delle tifoserie da stadio, dei Giovani Padani, un centinaio in tutto, che lanciano un petardo e accendono fumogeni verdi, per colorare la piazza con il colore della Lega e rafforzare il messaggio che la manifestazione appartiene a loro. Il tutto è fatto in modo assai sguaiato, con poco senso della teatralità, certo senza alcuna idea di cosa sia, nello specifico, la teatralità politica. È una veloce esibizione di cori da stadio, nulla di più. Non c’è un apprezzamento di Salvini dal palco, a sottolineare il piccolo “colpo di teatro”, ad inserirlo nella sceneggiatura della manifestazione: tutto è un’arruffata improvvisazione di personaggi che non si raccordano tra loro. È sorprendente che chi ha fatto tante manifestazioni come questa non abbia saputo imparare come farle professionalmente, che non abbia ancora compreso che la politica leaderistica è spettacolare, e quindi lo spettacolo deve essere preparato e costruito con competenza. Il nostro consiglio: assumete un bravo regista teatrale.

Il dilettantismo nelle tecniche della politica-spettacolo si aggiunge al dilettantismo nel linguaggio e nel discorso politico, e nell’arte oratoria. Salvini gestisce il palco come un sindaco di un paesotto alla sagra locale. Chiama tutti per nome, a indicare la familiarità dei rapporti, senza rendersi conto che per accreditarsi come candidato premier, un ruolo per cui lo si direbbe inadeguato, se solo non avessimo avuto Berlusconi, e adesso Renzi, in quella stessa funzione, dovrebbe cominciare a comportarsi in modo più nazionale e meno provinciale. Molta di questa gente rischia di imparare dalla vittoria di Trump la lezione sbagliata, cioè che approssimazione, cialtroneria, dilettantismo e incompetenza non sono più condizioni ostative alla promozione alle più alte cariche, perché tanto l’elettore ci si è abituato e non le punisce nelle urne, anzi, le premia come sicuro indizio di novità e ruspante genuinità.

Da questa suggestione ricavano un’assoluzione: non c’è bisogno di imparare, di migliorarsi, di rendersi degni delle cariche cui si aspira, tanto ti votano lo stesso. Invece no. Il 45% degli americani non ha votato, e la maggioranza ha votato Hillary Clinton. Solo il meccanismo del Collegio Elettorale ha votato Trump. Lì, dicono i politologi che non sanno più spiegare la politica, è normale. Forse, ma da noi il 45% che non vota non è normale.

Il palco di Firenze è stato un palco di politici dilettanti, e senza talento. Tutti volevano stare su quella pedana, spinti e giustificati dalla constatazione che, se ci potevano stare quelli che ci stavano, “allora anch’io”. Sindaci – Salvini ne ha dichiarati trecento – consiglieri regionali, presidenti di regione e tanti altri. Sono i palchi cui ci ha abituato la politica – e la televisione – di questi vent’anni: i palchi di coloro che rivendicano il quarto d’ora di celebrità, seguito dal vitalizio parlamentare. Non è solo la gestione della manifestazione ad essere stata un bel po’ confusionale; lo è stata anche la retorica di Salvini, che ha svolto più un grezzo dialogo fittizio con la piazza che non un discorso politico. Ad un certo punto si è interrotto per dare indicazioni ai soccorritori su come raggiungere una persona che ha avuto un malore. Un ulteriore modo di mostrarsi vicino alla gente, certo, ma stupisce che con tutta quella classe dirigente sul palco, non ce ne fosse uno capace di dirigere il traffico di una barella. Ma si sa, in questi partiti leaderistico-personali, il leader deve fare tutto. Renzi, del resto, si comporta allo stesso modo. I Mattei si somigliano sotto quasi tutti gli aspetti.

Anche le allusioni al difficile rapporto con Berlusconi e Parisi, le velate minacce, non sono adatte a un comizio. Sono messaggi che si passano attraverso le interviste prima e dopo la manifestazione, non dal palco. Il discorso deve essere sempre calibrato sul destinatario. Per quanto la platea dei manifestanti fosse composta di pazienti truppe fedeli e più che benevole, quella platea era comunque, nel suo complesso, sprovvista degli strumenti per comprendere allusioni, vezzeggiamenti, velate minacce e riferimenti incrociati. Quello è lo stile comunicativo di uomini come Pierferdinando Casini, neppure il miglior prodotto del centrismo post-democristiano, non certo di un tribuno del popolo che vuol diventare console. Tutto il discorso di Salvini è scontato, già ripetuto mille volte eppure ancora confusionario, mal focalizzato, meno diretto e semplice di quanto l’elementarità dei concetti dovrebbe far sperare: insomma, argomenti esili e iper-semplificati comunicati in modo arruffato e caotico.

Per essere sinceri, c’è stato un intervento di qualità superiore alla media: quello di Giorgia Meloni. Trovandosi di fronte ad una piazza visibilmente “aliena”, Meloni ha parlato di immigrazione, sapendo bene di andare su un terreno sicuro. Ma, come spesso accade, ha incontrato alcune serie difficoltà. Innanzitutto, Meloni non riesce a venire a patti con la propria romanità e il patto potrebbe prevedere di esercitarla solo nei territori laziali, indossando abiti più nazionali nelle altre regioni; ma non sembra che venga rispettato. A questa accentazione poco celtica, e di certo non “risciacquata in Arno”, si è aggiunto il problema della gestione del microfono, in cui ha cominciato a parlare in modo sempre più veloce e a voce sempre più alta, travolgendo la maggior parte delle sillabe del suo intervento. Insomma, non si capiva niente. Ha parlato del “dumping sociale” che l’immigrazione genera in occidente, della riforma costituzionale, della saccente arroganza della sinistra americana ed europea, cercando anche lei di aggrapparsi alla criniera del presidente eletto Trump. Ad un certo punto ha comunque riscaldato la piazza, che non le ha rifiutato applausi. Ma resta il fatto che Meloni, e la destra post-ex-neo-missina, fossero ospiti in una piazza altrui: l’esemplificazione del problema di occupare lo stesso terreno politico-elettorale di Salvini, e in posizione subordinata, forse come vice-leader del (centro)-destra. Ironicamente, è la stessa posizione in cui si collocò Fini rispetto a Berlusconi, con le conseguenze che conosciamo.

In conclusione, la destra ha molta, davvero molta strada da fare per diventare una forza capace di governare, e non soltanto una non-sinistra che sa vincere le elezioni, per poi fare sfracelli al governo. Ciò che manca, in modo spettacolare, alla destra come ai Cinque Stelle, è una classe dirigente educata, formata e addestrata per fare politica nel XXI secolo. L’unico modo per costruirla è con la fatica dell’impegno quotidiano: i politici di destra devono cominciare a leggere, a studiare, a imparare. L’idea che questa fatica possa essere evitata è già costata molto a questa nazione negli ultimi venticinque anni. Non possiamo permetterci di continuare così.
Daniele Zotti
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