I cattolici italiani dopo il Family Day

La competizione fra le piazze favorevoli ai matrimoni gay e il raduno del Family Day è, a quanto pare, una gara sui numeri e sull’influenza che questi dovrebbero esercitare sul legislatore. Entrambe le parti si sono attribuite una generosa partecipazione, moltiplicando il numero dei partecipanti senza troppo riguardo per la verità. Le associazioni pro-gay non hanno raccolto un milione di manifestanti, ripartiti in 99 piazze, ma probabilmente circa centomila; i cattolici non erano due milioni, numero che non poteva essere accolto nel Circo Massimo, ma forse trecentomila. Numeri importanti, ma molto lontani dall’epoca della politica dei partiti di massa, che erano invece capaci di mobilitare milioni veri, e non immaginari, di cittadini, a sostegno di un progetto o di una posizione politica. Questa capacità di mobilitazione era forte per la sinistra ma anche per i cattolici. Oggi tutto questo non esiste più. Questa è la prima constatazione che ricaviamo dal confronto di piazza sulle unioni civili, le adozioni e le “nuove famiglie”. La seconda è che entrambe le posizioni espresse sono incentrate su questioni molto specifiche: status giuridico delle coppie di fatto, procedure di adottabilità dei figli, modalità della procreazione legalmente accettata etc. Nessuna delle due parti sta parlando alla società italiana nel suo complesso per offrire un progetto generale per il futuro; entrambe fanno appello al paese e al parlamento perché sostenga le rispettive posizioni sul tema specifico. Se è abbastanza comprensibile che le associazioni gay svolgano un’efficace attività di lobbying, come è nella loro missione fin dalla nascita, è interessante notare che i cattolici si siano ridotti alla stessa dimensione, una lobby religiosa che resta circoscritta ai temi della famiglia e della sessualità: è difficile immaginare un modo più clamoroso di dichiarare, sia pure inavvertitamente, che il cattolicesimo democratico, come movimento politico e progetto di società, è finito. Ciò, infatti, significa accettare molto più che la fine dell’unità politica dei cattolici; significa accettare la fine del ruolo politico del cattolicesimo democratico. I cattolici sono dunque, per loro stessa ammissione, solo un gruppo di pressione tra tanti, in Italia e nel mondo. Buono a sapersi.

I leader politici della destra e dei centristi, sempre lesti a sfruttare ogni opportunità di aumentare i loro scarsi consensi, si sono infilati nella manifestazione e hanno cercato di presentarsi come interlocutori e rappresentanti di quel mondo, trattandolo, però, come semplice serbatoio di consensi elettorali. Ormai ogni partito cerca di essere un “catch-all party”, un partito piglia-tutto che rastrella consensi senza badare al profilo sociale, culturale o politico che questi dovrebbero attribuirgli: questi partiti sono semplicemente scatole vuote, pronte ad essere riempite dai voti, di qualsiasi provenienza. Ciò che questi partiti promettono – praticamente qualsiasi cosa – è sempre sufficientemente vago da non implicare alcuna seria intenzione di mantenere gli impegni che le promesse comporterebbero. In tal modo, anche il concetto di rappresentanza viene svuotato, perché gli attuali partiti percepiscono se stessi come organizzazioni molto fragili – e hanno ragione – che potrebbero scomparire da un’elezione all’altra, come Scelta Civica. Quindi non esiste neanche l’idea di rappresentare stabilmente una porzione della società italiana, e men che meno quella di offrire un progetto politico ad un blocco sociale chiaramente identificato. Del resto, nessuno dei partiti italiani può essere sicuro, oggi, di avere la capacità di portare cento o trecento mila persone in piazza, forse neppure il PD.

Tutto ciò significa che i cattolici del Family day non troveranno una seria rappresentanza delle loro idee, come, nonostante il sostegno unanime della stampa e dei media influenzati dalla sinistra, non la trovano neppure le associazioni pro-gay. Agli uni e alle altre viene solo chiesto dai politici di destra, centro e sinistra di dare loro il voto, almeno per le prossime elezioni, poi si vedrà. Se dunque questi partiti non sono capaci di dare rappresentanza, non sembrano neppure essere in grado di governare: è pertanto assai difficile attuare un’efficace attività di pressione su un decisore che non decide, su un potere impotente, su un governante assente e inadempiente. Quindi, anche la funzione di lobbying che queste organizzazioni cercano di svolgere è destinata a produrre scarsi risultati, e comunque successi parziali e provvisori, che potranno essere ribaltati al prossimo mutare della direzione del vento. Molto rumore per poco, o per nulla, si potrebbe dire.

Daniele Zotti

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